mercoledì, 04 novembre 2009 alle 19:26
Ero perciò rimasta con un vago senso di insoddisfazione per come era andata la conversazione con S.
Ma, fortunatamente, ebbi modo di incontrarlo ancora una volta...
Molto probabilmente era mattina. Arrivai in macchina nel parcheggio davanti casa e lo vidi, fermo, sulla soglia del suo garage. Stava piovendo: uno di quei temporali estivi che iniziano e finiscono quasi inaspettatamente. Io e l’altra persona che era in macchina con me decidemmo di attendere che smettesse. S., accortosi che eravamo senza ombrello, si offrì di prestarcene uno. Io declinai la sua offerta, dicendo che non importava. Passò a malapena qualche istante… e già mi ero pentita di quelle parole pronunciate senza riflettere. Già, perché spesso la timidezza mi portava (e mi porta) a evitare di arrecare qualsiasi “disturbo” alle altre persone. Ma questo dava luogo a situazioni del genere, dove rifiutavo sistematicamente l’aiuto degli altri, o dove, cercando di farmi notare il meno possibile, finivo per apparire sgarbata. Proprio come quando, intorno (mi sembra) ai 14 anni, andando una sera a casa di una ragazza (era più una semplice conoscente che un’amica) attraversai il suo giardino mentre i genitori avevano degli ospiti. Io, in preda all'imbarazzo, passai in fretta senza salutare nessuno (come se la mia sola presenza potesse essere considerata un fattore di disturbo). Fu solo in un secondo momento che L. (quella ragazza) mi disse che sua madre aveva fortemente biasimato il mio comportamento. Allo stesso modo (anni dopo) trovandomi a distribuire delle “riduzioni” per una discoteca, mi accadde di essere apostrofata da un pizzaiolo perché entravo ed uscivo senza salutare. Volevo dirgli che era solo perché cercavo di dare meno noia possibile, ma rimasi in silenzio, mortificata per quell’incomprensione. D’altra parte, mi rendevo conto che era colpa mia. Non potevo pretendere che gli altri capissero che la mia non era indifferenza ma insicurezza. Cosicché, in entrambi i casi (e in altri che sarebbero successi in seguito) pagai le conseguenze senza fiatare. Ma quella volta, con S., non potevo permettermi neanche il lusso del fraintendimento: quel piccolo rifiuto avrebbe potuto acuire il suo senso di inutilità. No… dovevo chiedere il suo aiuto. Dovevo dimostrarmi più bisognosa di quanto fossi in realtà. Così lo chiamai e gli dissi che, pensandoci bene, forse era meglio se l’ombrello ce lo prestava. Allora venne verso di noi e ce lo consegnò. Io lo ringraziai calorosamente per il suo gesto e lui annuì, dichiarando che lo sapeva che ci sarebbe servito (lo affermò senza arroganza… con un’espressione protettiva, quasi paterna). Si sentiva utile. Si sentiva soddisfatto.
Io e l’altra persona uscimmo dalla macchina e ci avviammo verso casa mia. Salutammo S., quasi sicuramente lo ringraziammo di nuovo per la sua gentilezza. Entrammo.
E quella fu davvero l’ultima volta che vidi S. 
mercoledì, 14 ottobre 2009 alle 19:41
S. sapeva di stare morendo. Aveva lottato, ma aveva perso la sua battaglia contro le metastasi. 
Comunque, stava dimostrando un’incredibile forza di volontà, ed evitava di farsi prendere dallo sconforto.
Nelle sere d’estate aveva l’abitudine, dopo cena, di sedersi con la moglie e le altre vicine di casa a parlare un po’. A volte, passando di lì, mi capitava di fermarmi a fare quattro chiacchiere con loro.
Fu così che, in uno di quei momenti in cui stavo lì con loro, si fermò a parlare con noi un ragazzo molto giovane (una brava persona, ma che non brillava certo per la sua intelligenza).
Non ricordo come si arrivò a cadere su quell’argomento, ma ad un tratto ci trovammo a ragionare sulle nuove tecnologie che si stavano affacciando all’orizzonte. In realtà, poiché le uniche persone giovani in quel gruppo eravamo io e quel ragazzo, la cosa assunse presto un carattere monodirezionale (noi che illustravamo e loro che chiedevano chiarimenti per capire meglio come stavano le cose).
Solitamente mi piace “diffondere informazioni”, ma quella volta mi sentivo molto a disagio, ed avrei abdicato volentieri a quella mia posizione privilegiata di “conoscitrice del nuovo”.
Perché anch’io sapevo che S. stava morendo. E perché quel ragazzo si stava impegnando un po’ troppo nella sua opera di vessillifero della modernità. Infatti, aveva iniziato a parlare di Internet e di tutti gli spettacolari vantaggi che esso offriva. Stava dipingendo un mondo pieno di scintillanti prospettive, di incredibili ed invitanti vantaggi.
Con un certo allarme, notai che gli occhi di S. avevano assunto un’espressione di forte curiosità. Sembrava desideroso di saperne di più. Io, così, cercai di minimizzare. Volevo far passare il messaggio che, sebbene il progresso tecnologico avrebbe portato indiscussi benefici, non c’era alcun bisogno di lanciarsi in manifestazioni di giubilo. Non c’era niente di così rivoluzionario in quello che stava accadendo.
Ebbene: stavo mentendo. Stavo spudoratamente rinnegando ciò in cui anch’io credevo. Ma se non avessi fatto in quel modo avrei perpetrato un atto di gratuita crudeltà psicologica. A che serviva eccitare oltremodo l’immaginazione e le aspettative di S., sapendo che nel giro di un paio di mesi sarebbe morto? Era come sbattergli in faccia un concetto tipo: “sai, il mondo di domani sarà pieno di luccicanti meraviglie… solo che tu non sarai lì con noi a vederle!”. No, non volevo infliggere quello schiaffo morale ad S. 
Fortunatamente, le persone lì presenti davano maggior peso a quello che dicevo io rispetto a quel che veniva detto dal giovane ragazzo, perciò riuscii a tenere la cosa abbastanza sotto controllo.
Alla fine, S. decise di andare a letto. Ero riuscita nel mio intento? O, nonostante tutto, l’amarezza per quella vita che stava finendo (proprio in un momento in cui il mondo traboccava di promesse dorate) aveva ferito il suo animo? 
Come se non bastasse, tempo dopo seppi che quella era stata l’ultima volta che era uscito dopo cena (perché le sue condizioni si stavano aggravando). A distanza di anni mi chiedo ancora cosa pensasse S. al termine di quella conversazione.
lunedì, 21 settembre 2009 alle 13:45
Mentre stavo seduta in quel pub, arrivò una persona per chiedermi una sigaretta.
“No, mi dispiace – risposi io – ho smesso.”
In realtà la cosa era più complicata. Ossia: dall’ultima sigaretta che avevo fumato erano già passati venti giorni. C’era una certa differenza. Infatti non avevo deciso di smettere; era soltanto uno di quei periodi in cui mi astenevo dal fumo (a causa del mal di gola o di qualche altro acciacco).
Di solito queste “pause di riflessione” non duravano più di una settimana, ma quella volta mi ero spinta oltre. Per gioco (ebbene sì: come sempre c’entrava la mia concezione ludica della vita). In pratica il concetto era: vediamo quanto riesco a resistere.
Avevo addirittura pensato di far durare questa mia “pausa” per un paio di mesi... e poi riprendere a fumare quando sarei tornata a scuola.
Ma quella sera avevo detto di aver smesso. Non per convinzione, ma perché a volte può succedere che si debba riassumere grandi giri di parole in frasi concise (non potevo certo dire: “no, sai, in questi giorni non sto fumando ma forse la prossima volta che me la chiederai ce l’avrò perché potrei aver ricominciato ecc.”). E così avevo pronunciato quella frase… che probabilmente sarebbe caduta nell'oblio se non fosse stato per quel che successe subito dopo.
Infatti, quell’estate la mia compagna di banco stava lavorando lì come cameriera, e mi sentì mentre lo dicevo. Piena di ironia, mi lanciò subito la sua frecciatina:
“Che hai fatto? Hai smesso di fumare? Guarda, non ci credo nemmeno se lo vedo!”
A quel punto io replicai con forza: “No, no, davvero: ho smesso di fumare!”
E lì avvenne il passaggio decisivo. Perché fino a quel momento, l’idea di smettere di fumare rappresentava solo uno degli ipotetici scenari che mi ero prefigurata (e fra essi, certamente non il più probabile). Invece, ecco che ora mi trovavo a difendere con energia quella frase detta quasi per caso. E mentre rispondevo alla mia compagna di banco, una strana consapevolezza permeò la mia mente.
Ossia che… avevo smesso di fumare davvero!
Perché la parola (pronunciata) aveva reso tangibile ciò che ancora non lo era. Aveva apposto un sigillo alle mie azioni, cosicché esse non erano più semplicemente un “rimandiamo il giorno in cui ricomincerò a fumare” ma diventavano portatrici di un nuovo significato.
La parola aveva agito sulla realtà. La parola era diventata la realtà.
mercoledì, 02 settembre 2009 alle 09:25

La situazione non era delle migliori per mettere in funzione il mio (allora) scarso spirito di osservazione. Infatti, sdraiata sull’erba, l’unica cosa che riuscivo a fare era il ridere come una scema (come d’altronde facevano le altre persone intorno a me) per via di tutto l’alcool che avevo nel sangue. Certo, percepivo che stava accadendo qualcosa di strano, ma ero troppo “impegnata” a collassarmi dalle risate per dare importanza alla cosa. Quindi, è molto probabile che l’oblio avrebbe avvolto il tutto… se non fosse stato per un dialogo che feci (in un secondo momento) con un’altra delle persone presenti a quella scena.

“Hai visto che faceva A. l’altra sera?”

“No – risposi io cadendo un po’ dalle nuvole – Cosa ha fatto?”

Me lo disse…

Già! Come avevo fatto a dimenticarlo? E a quel punto ricordai tutti i particolari… comprendendo pienamente la dinamica degli eventi.

Infatti, A. si era unito solo in un secondo momento a noi (che avevamo già bevuto) e, forse per non sentirsi fuori contesto, aveva finto di ubriacarsi. Prendeva lunghe sorsate dalla bottiglia e poi… le risputava sull’erba (come succede quando a qualcuno scappa da ridere mentre beve dell’acqua).

In questo modo, era convinto che avrebbe potuto ingannare le altre persone presenti… facendo credere loro che anche lui “era di fuori”. Lo ammetto: con me c’era riuscito (d’altronde, nelle condizioni in cui ero, si sarebbe potuto risparmiare la fatica e fingere senza tutta quell’ulteriore messinscena).

Da una parte non fui molto sorpresa (visto che in discoteca aveva l’abitudine di comportarsi in modo simile), ma il fatto che quella sera avesse finto senza alcuna ragione apparente (se non per il nudo e crudo bisogno di sentirsi uguale a chi aveva bevuto per davvero) era talmente assurdo da non sembrarmi neppure vero.

Eppure era normale: l’omologazione è un qualcosa che esige sacrifici più numerosi e crudeli di quelli che (in onore di Moloch) Flaubert descrive nel suo Salammbô.

Com’era ridicolo tutto ciò! Com’era implicitamente spaventoso!

Ed io che in pratica non mi ero quasi accorta di nulla…
mercoledì, 12 agosto 2009 alle 10:17

Il fumo aveva fatto irruzione nelle nostre vite adolescenziali. Senza che nemmeno avessi il tempo di accorgermene, mi ritrovai circondata da persone che gustavano soddisfatte le loro prime sigarette. Dovevo seguirle negli angoli bui per permettere loro di fumare senza essere scoperte dagli adulti, e vedevo nei loro volti il gusto del proibito e della trasgressione. Io mi sentivo esclusa. C’era poco da fare: le serate vertevano intorno ai momenti-clou delle sigarette, cosicché la mia presenza diventava totalmente inutile. Ma non volevo iniziare anch’io. Ricordavo ancora come alle elementari ci avessero fatto vedere un cartone o un fumetto (non ricordo di preciso) dove c’erano i “personaggi negativi” che fumavano. Forse, ripensandoci, questi personaggi erano anche attorniati dalle personificazioni dei veleni contenuti nelle sigarette (come “Nicotina”, ecc.). No, non riesco proprio a ricordare i dettagli. Ma ricordo la mia sicurezza di allora nell’affermare che “io non avrei mai fumato!”.

E quindi, cosa dovevo fare? Seguire come una docile pecora il gregge delle mie amicizie? Lo trovavo insopportabile. Eppure volevo dimostrare che anch’io ero capace di seguire una mia “strada del vizio” senza per questo dovermi omologare passivamente. Rinunciando alle sigarette, la scelta più ovvia era quella dell’alcool. Fu in quel modo che iniziai a bere birra. Andavo al supermercato e ne compravo di marche sempre differenti, come a cercare di farmi una piccola cultura sull’argomento. Io bevevo (per conto mio) e loro fumavano (anche quando uscivano con me). Cosicché, la mia condotta non aveva effetto su di loro, mentre la loro aveva effetto su di me. Era un tipo di violenza sottile, impalpabile. Non mi costringevano a fumare, ma con l’adozione (reiterata) di un gesto impregnato di estetica simbolica mi spingevano lentamente ad uniformizzarmi.

Ecco, il tutto si riduceva a questo: la loro estetica simbolica era più forte della mia.

Il risultato fu ovvio. Loro iniziarono a fumare, mentre io… a bere e a fumare.

lunedì, 27 luglio 2009 alle 10:37

[post pubblicato originariamente il 19 luglio 2007 sul blog collettivo “Underwater dreams”]

 

“La verità è che io sogno raramente. O meglio, sogno raramente in modo tradizionale. Il mio sonno non ha sempre un'ottima qualità, e spesso mi capita di sognare mentre sono immersa in una fase di dormiveglia. Le immagini allora si mescolano alla realtà. Io porto avanti il mio sogno per metà nel mondo onirico e per metà nel mondo reale. Così, parlo a voce alta, commento nel mondo reale scene del mio sogno. La stanza silenziosa accoglie le mie parole. Io rido, protesto, agisco. Muovo le mani nell'aria per prendere oggetti che non esistono, perché relegati nel mondo onirico. Tutto si mescola, si sfuma in un crogiuolo di finte consapevolezze. Il sogno continua nella realtà, e la realtà diventa un'appendice dove realizzare le scene del sogno. Adesso andrò a dormire. O forse mi sveglierò.”

 

La qualità estetica di questo post non mi soddisfa, ma in fondo l’avevo pubblicato “en passant” su un blog collettivo, quindi non ero andata molto per il sottile. Comunque, devo ammettere che evidenzia in maniera chiara un fenomeno che ha iniziato ad accentuarsi in questi ultimi anni (soprattutto d’estate, quando il mio sonno si fa nettamente più disturbato). E, soprattutto, mi permette di accennare ad un interessante particolare: ossia la (rapidissima) sovrapposizione di materiale onirico a “ciò che è reale” quando a volte mi fermo, da sveglia, a riflettere (con gli occhi chiusi) su alcune cose. Per adesso non approfondirò. Magari un giorno farò capire meglio cosa intendo ;-).

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mercoledì, 01 luglio 2009 alle 16:23

In casa di Sabrina (sia a livello materiale sia a livello onirico)

 

Il sogno si svolgeva così: una giornata di sole insieme ai miei genitori in una città (dentro di me sapevo che era Venezia, sebbene io non ci abbia mai messo piede). Io, bambina, salivo una lunga scalinata. Loro mi dicevano di scendere ed io scendevo. Tutto qui. Solo pochi secondi di normale serenità. Eppure è questo il metro di paragone: il sogno più bello della mia infanzia. Poiché quand’ero piccola di solito il sognare equivaleva all'avere incubi.

Un mio sogno/incubo ricorrente era quello di combattere contro il mio doppio, una Sabrina cattivissima e fortissima contro cui non avevo alcuna possibilità di vittoria. E poi c’erano le varianti (tipo quella volta della sostanza invisibile che scorreva sul pavimento e contagiava le persone facendole diventare malvagie). Oppure quella volta in cui una statua di cera iniziò, con una mano, a strofinarmi i capelli per far diventare una statua anche me (ed io che imploravo disperata…) oppure quelle (due) volte della vecchia che teneva (appeso ad un filo di ragnatela) un grosso ragno nero (divertendosi poi a mettermelo sul viso).

Ma in fondo queste erano cosucce in confronto a tutte quelle volte in cui i miei sogni erano popolati da creature tanto spaventosamente crudeli quanto misteriosamente informi (proprio come, anni dopo, avrei trovato nel racconto di Lovecraft “Il colore venuto dallo spazio”). Per lo più le cose andavano sempre allo stesso modo: io ero in casa e sentivo di essere minacciata, così mi precipitavo per le scale fuggendo terrorizzata. A volte il sogno finiva quando giungevo in strada, altre volte continuava con me che correvo per le vie, cercando di allontanarmi il più possibile da quel pericolo senza nome.

Solo una volta andò diversamente (ossia peggio del solito). Uscendo di casa (dopo l'ennesima fuga per le scale) sbattei frettolosamente la porta. Dopodiché mi voltai, per controllare se ero in salvo.

E allora vidi i volti di tanti bambini (proprio come, anni dopo, avrei trovato nella scena dentro la tenda in “Blair witch project”) che, schiacciati contro il vetro della porta, cercavano disperatamente di fuggire. Ma non potevano: la porta si apriva verso l’interno e il peso dei loro corpi ammucchiati la bloccava inesorabilmente.

E l’accusa nei miei confronti era ben chiara. Io avevo chiuso la porta! Non avevo la minima idea che dentro casa ci fossero quei bambini, ma questo non importava. Il mio gesto li aveva condannati a morte, ed ora dovevo assistere impotente alla loro agonia.

domenica, 14 giugno 2009 alle 13:20

In camera di Sabrina

 

Magari era una sera in cui avevo visto un film horror: così, quando andavo a letto, mi facevo prendere un po’ dalla paura.

Mi guardavo intorno per assicurarmi che tutto fosse a posto, ma il bisogno di controllare visivamente era già un'ammissione d'insicurezza.

Poi, compariva un pensiero: e se fosse stato proprio il mio timore a “richiamare” qualcosa? Sarebbe stato ridicolo, perché a quel punto io stessa sarei stata la causa del mio danno.

Ed era lì che giungeva la svolta: sarebbe stata colpa mia. Questo ragionamento bloccava tutti quelli precedenti. Se fosse comparso davvero qualcosa e avesse fatto a brandelli il mio corpo… sarebbe stato solo un giusto atto di espiazione. Se fossi morta a causa della mia paura, voleva dire che non ero degna di vivere e che meritavo quella sorte.

Così mi addormentavo tranquilla e serena.

lunedì, 25 maggio 2009 alle 10:42

Su un bus urbano di una grande città

 

La situazione era complicata.

Stavo andando a lezione insieme a delle mie compagne d’università, e ci eravamo messe in un gruppo di quattro seggiolini (ossia quelli disposti, come nei treni regionali, a coppie contrapposte).

Un tipo, con chiari disturbi mentali, si era piazzato in piedi accanto a noi, ed aveva iniziato a parlarci.

Noi eravamo bloccate lì, e non potevamo fare nulla per allontanarci. Guardai le altre, per vedere le loro reazioni: da quei volti traspariva apertamente un’espressione di imbarazzo e fastidio.

Dovevo fare anch’io così? Da una parte, non avevo la minima intenzione di dare spago a quella persona invadente, che si era imposta su di noi solo per via della nostra impossibilità ad andarcene, ma dall’altra mi sembrava poco consigliabile l’adottare un atteggiamento di ostile indifferenza. Infatti, nulla vietava che quella persona, sentendosi rifiutata, ricorresse a qualche gesto violento. Ma non era quello il punto. Infatti, reputavo poco probabile un suo scatto di aggressività. Solo che l’ignorarlo lo avrebbe, molto semplicemente, umiliato (e questo preferivo evitarlo).

Insomma: volevo allontanarlo senza ferirlo.

Sapevo come comportarmi; detestavo farlo… ma era l’unica soluzione. Dovevo colpirlo. E dovevo farlo in modo abbastanza forte da lasciarlo in una sorta di annebbiamento psichico.

Presi la palla al balzo quando disse qualcosa tipo: “Sapete, io sto poco bene e quindi devo prendere gli psicofarmaci.”

Mi voltai verso di lui e, con una voce perfettamente tranquilla ed un sorriso amichevole, vibrai la mia stoccata: “Certo, è tutta una questione di ormoni…” E, nel giro di pochi secondi, feci sibilare termini come “ACTH”, “adenoipofisi” ed altre siffatte amenità.

Lui mi fissò con un’espressione dubbiosa, cercando di capire se lo stavo prendendo in giro, ma il mio volto era perfettamente sereno, come se non avessi fatto altro che rispondere gentilmente alla sua osservazione. Ed infatti non l’avevo preso in giro; solo che, senza il minimo preavviso, avevo compiuto un salto di complessità irreversibile. Le mie parole lo avevano immobilizzato, come se una lama ricoperta di miele e curaro avesse trafitto il suo corpo. Non c’era possibilità di replica a quel che avevo detto: solo una persona con buone conoscenze di endocrinologia avrebbe potuto ribattere qualcosa… e quindi avevo inesorabilmente reciso il dialogo. Dato che lui rimaneva zitto, distolsi tranquillamente lo sguardo dal suo e tornai a posarlo sulle mie compagne.

Passò qualche minuto, e finalmente giungemmo alla nostra fermata. Lui non ci aveva più rivolto parola. Ci alzammo per scendere e gli passammo accanto. Gli lanciai una breve occhiata. Volevo salutarlo, per ammorbidire quella situazione e per rassicurarlo (ipocritamente, lo ammetto, ma solo a fin di bene) che nel nostro scambio di battute non c’era stata alcuna prevaricazione. Lui però continuò a fissare il vuoto: sembrava immerso in qualche sua fantasia. Chissà, forse la mia risposta era suonata talmente assurda da trascinarlo in una sorta di pastosa rêverie…

Ma non avevo tempo per farmi troppe domande: scesi dal bus prima che ripartisse e andai a lezione.   
giovedì, 07 maggio 2009 alle 23:02

All’esterno di una discoteca

 

Stavamo facendo la fila per entrare. Quella discoteca si trovava in una località marittima, ed era frequentata da un discreto numero di “scoppiati”. Era la prima volta che ci andavo (e d’altronde fu anche l’ultima… dato che in pratica non sono più stata in vacanza da quelle parti).

Il tipo che si trovava davanti a me fece un piccolo movimento, e mi urtò involontariamente il piede.

“Scusa” disse (voltandosi per un istante) con fare distratto.

Il contatto fra le nostre scarpe era stato così leggero e innocuo che non c’era neppure bisogno di rispondergli. Solo che…

“Che hai detto?” sentii pronunciare (con voce un po’ infastidita) da qualcuno alle mie spalle.

Il ragazzo davanti a me si voltò di nuovo:

“Niente, dicevo “scusa” all’amica tua.”

“Guarda che questa non è amica mia!”

“Ah, pensavo fosse amica tua.”

“Ti ho detto che non è amica mia!”

Le loro voci si fecero sempre più cattive. Io (che non avevo neppure diciassette anni) ero lì in mezzo, pietrificata dallo spavento. Comunque, così com’ero stata la causa involontaria del loro diverbio, probabilmente fui anche il motivo per cui si dovettero calmare (infatti, il mio corpo si frapponeva tra loro, impedendo che si avvicinassero ulteriormente). Tutto finì quindi in uno: “Aaeh!” (monosillabo che voleva dire: “Ah! Vedo che ci siamo intesi!” con sfumature di aggressività repressa) pronunciato da entrambi (come se ognuno dei due fosse convinto di “aver fatto capire qualcosa all’altro”…)

Il ragazzo davanti a me si rimise a parlare tranquillamente con quelli del suo gruppo. Continuammo a fare la fila.

lunedì, 20 aprile 2009 alle 16:44

Scuola superiore di Sabrina

 

F. (una ragazza intelligente) mi guardò e disse:

“Secondo me stai fingendo.”

A. (un ragazzo intelligente) mi guardò e disse:

“Anche secondo me stai fingendo.”

Io li scrutai perplessa. Cosa voleva dire “stai fingendo”?! Provai a controbattere, ma loro sembravano molto sicuri di quel giudizio. Certo, io ero ossessionata dal culto dell’intellettualismo, perciò esprimevo le mie idee in maniera un po’ colorita (ripensandoci oggi mi viene da sorridere, ma a quel tempo avevo solo diciotto anni, e come molte persone di quell’età tendevo a fare affermazioni radicali) solo che lì il problema era più sottile. Dicevano che fingevo, ed io non capivo a cosa si riferissero di preciso. Io, F. ed A. avevamo fatto spesso discorsi profondi, ma adesso sembrava che qualcosa si fosse incrinato. Capii che mi trovavo in un vicolo cieco e che la situazione sarebbe potuta facilmente degenerare. Decisi di essere più prudente... Nel frattempo F. iniziò a flirtare con S., cosicché le nostre conversazioni si diradarono. Restava A.: lui mi stimava, ma nel giro di poco tempo la sua ammirazione si trasformò in un morboso desiderio di sopraffarmi a tutti i costi, di schiacciarmi psicologicamente. Iniziò ad accusarmi sempre più frequentemente di essere falsa, e presto la cosa assunse una piega tragicomica, perché più io mi sforzavo di essere sincera, più lui mi accusava di ipocrisia. Arrivò al punto di ribattere ogni mia parola, fino a che una volta (ma qui non eravamo a scuola…) mi confessò di aver provato l’impulso di aggredirmi. Quando me lo disse, rimasi sgomenta. Era assurdo: come si era potuti arrivare ad una situazione del genere? No, quello era davvero troppo… Decisi di non fare più discorsi seri con lui. Decisi di appiattirmi in uno sfuggente grigiore. Ecco, sarebbe bastato che A. si fosse chiesto: “e se Sabrina NON stesse fingendo?”; ma A. non si pose questa domanda… Preferì abbandonarsi al piacere amaro della rabbia frustrata, condannando sia me che lui all’isolamento morale. Passai gli ultimi mesi delle superiori chiusa nella mia gabbia intellettuale, aggrappata ai libri che leggevo di continuo, oscillando fra un’angoscia appiccicosa e una noia soffocante.

La scuola finì. Io, F. ed A. prendemmo strade completamente diverse.

mercoledì, 01 aprile 2009 alle 14:21

In una palestra di ginnastica artistica

 

Ero lì, sul bordo dell’area ricoperta dal tappeto semielastico (deputata agli esercizi a corpo libero). Alla mia destra c’era lo spazio dedicato alla ginnastica ritmica e, ancora più in là, gli attrezzi (sbarra, parallele simmetriche ed asimmetriche, e così via).

Una bimbetta di due anni circa, accompagnata da un’anziana signora (quasi sicuramente la nonna) zampettò poco distante da me. La donna salutò cordialmente P. (uno degli istruttori che lavoravano lì). Come sempre avviene in questi casi, i due adulti focalizzarono l’attenzione sulla bambina, e la signora disse: “Su, forza! Fai vedere allo zio P. quanto sei brava!”.  E lei, sedutasi un po’ goffamente per terra, abdusse gli arti inferiori ed abbozzò una flessione del busto sul piano sagittale. Sia la signora che “lo zio P.” la riempirono di lodi.

Io assistetti a questa scena in preda all’orrore. Il primo impulso fu quello di andare a prendere una delle bacchette di legno che si usavano per gli esercizi di mobilità della scapolo-omerale e spaccarla in testa ad entrambi. Ma, a parte il fatto che sarebbe stato un gesto poco elegante (e difficilmente realizzabile, dato che “lo zio P.” era un esperto di arti marziali), a cosa sarebbe servito? Ogni personaggio di quella scena credeva di agire per il meglio. La nonna dava per scontato che la nipotina, nonostante fosse a malapena in grado di camminare, dovesse iniziare ad allenarsi in vista di un “roseo futuro di ginnasta”; il signor P. faceva il suo lavoro, ed aveva alle spalle tutta una serie di classificazioni tra capacità condizionali e coordinative (dove ognuna di tali capacità, avendo un’età sensibile per lo sviluppo, giustificava il precoce inizio di un’attività sportiva). E la bambina? Beh, lei non si faceva domande, ma certo era felicissima di ricevere tutte quelle approvazioni. Se io fossi andata lì ed avessi spaccato la bacchetta di legno in testa a sua nonna, lei certo non mi avrebbe ringraziata. Non poteva capire che le stavano imponendo una scelta. Non poteva neppure supporre che il comportamento della nonna fosse degno di biasimo. Se io avessi fatto qualcosa, sarei apparsa ai suoi occhi come “la brutta e cattiva Sabrina”.

Ed infatti non feci nulla, e un po’ a malincuore l’abbandonai al suo destino…

martedì, 17 marzo 2009 alle 17:00

Casa di Sabrina

 

Uscii dalla stanza che un tempo era il salotto e, subito, mi trovai di fronte al piccolo cancelletto in cima alla rampa di scale.

Non ricordo che ora fosse: eppure ho la percezione di una stanza illuminata, della penombra che mi accolse…

Rimasi lì, immobile. Guardai fra le grate del cancelletto (e l’oscurità imperfetta celava una promessa).

Tre anni! Finalmente ero diventata grande! Io fissavo il buio, ed esso si caricava di colori sgargianti. Dentro di me c’era l’emozionata certezza di essere giunta ad una tappa importante, e tutto mi appariva magico, splendente.

Forse mi voltai, forse fui chiamata… tornai nella stanza.

mercoledì, 04 marzo 2009 alle 16:56

All’interno di un grande complesso ospedaliero

 

Il neurologo mi disse che dovevo procurarmi un camice. Così vagai per i corridoi, fino a quando trovai una persona che aprì un armadietto e me ne prestò uno pulito (non seppi mai di chi fosse). Tornai dove si tenevano le visite.

Le persone iniziarono ad arrivare, e se ricordo bene erano tutte affette da sclerosi multipla o da morbo di Parkinson. Era un caso? O forse (molto più semplicemente) quello era il giorno riservato a tali malattie?

Dicevo… le persone iniziarono ad arrivare. La scena era, apparentemente, sempre la stessa. Da una parte il neurologo, dall’altra i pazienti che raccontavano come andavano le cose. Io, seduta a un lato della stanza, assistevo in silenzio. Grazie al camice, tutti pensavano che fossi una tirocinante; ed in parte (ma solo in parte) avevano ragione. Insomma, io dovevo limitarmi a salutare, guardare ed ascoltare.

D’altronde le persone affrontavano la propria sorte in maniera molto diversa (osservazione che in fondo risulta valida per qualsiasi tipo di esperienza umana). E il ricordo più vivido di quel pomeriggio ovattato fu la visita di un signore accompagnato dalla moglie. Lei lo aveva portato lì per via del Parkinson che stava iniziando a mostrarsi. Lui, un uomo di circa cinquantacinque anni, era evidentemente seccato da quella situazione. Sembrava voler ridimensionare le affermazioni della donna, come a dire che in realtà non c’era proprio nessun problema. Molto probabilmente era lui quello che aveva sempre comandato nella coppia. Ci sono casi in cui, dopo che un uomo ha un attacco cardiaco, la moglie (con la scusa di voler applicare alla lettera le precauzioni dettate dai medici) ribalta i rapporti di forza precedentemente esistenti, e con una serie di “non fare questo, non fare quello” lo riduce ad una marionetta. Ma questi sono sempre i soliti problemi: le persone vivono la coppia come antagonismo e non come collaborazione. E si distruggono a vicenda. Sarebbe andata così anche in questo caso? Chi può saperlo… Quello che so è che l’uomo asseriva di stare bene. E che quella scena era tragicamente grottesca. Perché mentre lo diceva uno dei suoi pollici tremava (ossia quel movimento che si definisce come “gesto del contar monete”). In pratica, il classico inizio di Parkinson. Solo che forse lui (che non stava guardando le sue mani) non se ne accorgeva (il tremore tende a scomparire durante l’esecuzione di movimenti volontari). Ma possibile dunque che non ci avesse mai fatto caso? E cosa sarebbe successo nel momento in cui, con la coda dell’occhio, avrebbe preso coscienza (come il protagonista di “Uno, nessuno e centomila” che inaspettatamente si vede riflesso in uno specchio) di quell’inequivocabile realtà? Ogni volta che ci ripenso, mi viene in mente una scena del film “La notte si San Lorenzo”, dove un tipo che si divertiva a fare scherzi si accorge all’improvviso che durante un bombardamento gli è stata tranciata via una mano. Ogni volta mi viene in mente quel senso di sbigottimento e quella rabbia amara e impotente.

Le visite continuavano.

venerdì, 20 febbraio 2009 alle 18:30

Scuola elementare frequentata da Sabrina

 

Mi ritrovai lì con R. Avevamo il compito di andare dall’altra parte della scuola (forse per portare un messaggio). Appartenevamo a due classi differenti e non ricordo il motivo per cui fummo scelte proprio noi. Non riesco nemmeno a ricordare quali fossero di preciso i miei rapporti con R. a quel tempo. Di sicuro a volte ci parlavamo, ma questo probabilmente succedeva solo perché lei era parente di un’altra persona che viveva vicino a me. Comunque il punto non è questo: il punto era che la nostra conoscenza era totalmente superficiale. Ma soprattutto il punto è che lei era la “bambina carina e furba” (insomma, la classica “vincente”) mentre io, diciamolo pure senza giri di parole, ero la “bambina sfigata”. Perciò, è ovvio che, qualunque tipo di rapporto esistesse tra noi, non poteva di certo essere paritetico.

Ora, per raggiungere il posto in cui dovevamo andare, era necessario passare per un corridoio che congiungeva i due blocchi della scuola. Il problema è che, in quel momento, un bidello (bidella?) stava facendo le pulizie proprio lì.

Quando chiedemmo di poter passare, ci fu risposto senza mezzi termini che non se ne parlava. R. si spazientì subito e mi disse che allora avremmo fatto il giro passando dal cortile interno (il che presupponeva fare quindici-venti metri in linea d’aria per poi rientrare dall’altro ingresso principale).

La sua non era una proposta: era una specie di affermazione sprizzante sicurezza. D’altronde, l’idea era sensata (non avevamo altre possibilità) anche se a me non sarebbe mai venuta in mente (l’uscire da sole era, di norma, una cosa vietata). Comunque, data la situazione di necessità, non ci stetti troppo a pensare. Mi voltai e corsi fuori. Feci quel breve tragitto e rientrai dall’altro portone. Avevo fatto pochi passi quando, davanti a me, comparve R.

Non ricordo chi di noi due fu più sorpresa.

“E tu da dove arrivi?”

“Dal corridoio! Alla fine mi hanno fatta passare! E te?”

“Ho fatto il giro!”

“Cosa?! Ma che sei scema?! Ma lo sai che se ti vedeva il direttore ti faceva sospendere!”

Rimasi allibita. Non era stata proprio lei a dire che avremmo dovuto fare in quel modo? Eppure sembrava che si fosse già scordata delle sue parole… sembrava anzi che la veemenza con cui adesso mi attaccava volesse cancellare anche il minimo dubbio che lei c’entrasse qualcosa con quella sciocca decisione. L’umiliazione che mi stava infliggendo doveva essere la prova (o almeno così mi parve allora) di quanto lei fosse pienamente nel giusto (a prescindere da quello che aveva detto poco prima) e che la stupida ero stata io (che non dovevo aver compreso qualche sottinteso). Cavolo… lei era R.! Ed io al suo confronto non ero nessuno. Ai miei occhi non era neppure ipotizzabile il mettermi a contestare la sua infallibilità.

Perciò, totalmente sottomessa, mi convinsi di essere colpevole.

lunedì, 09 febbraio 2009 alle 16:43

In un corridoio dell’ex scuola superiore di Sabrina.

 

Capitava che ogni tanto tornassi a trovare i miei vecchi professori delle superiori.

Non pianificavo eccessivamente: andavo lì e guardavo chi c’era. D'altronde, con tutti i professori che avevo avuto, in qualcuno si incappava sempre…

In questa festa della casualità avvenne (in un punto dove il corridoio si allargava) l’incontro di quel giorno con la professoressa B.

“Guarda chi c’è! Sabrina!”

Le andai incontro e la salutai calorosamente. Iniziammo a parlare e, a un certo punto, chiesi scherzosamente:

“Allora? Come vanno le cose con questi giovani di oggi?”

Lei disse che erano proprio come noi, sempre lì ad ascoltare musica rock, ecc.

Io, sorridendo, le feci notare che ormai i miei gusti musicali erano un po’ cambiati, ma lei insistette gioiosamente sul fatto che io fossi una simpatica scalmanata.

Fu a quel punto che, per un istante, mi bloccai.

Un’improvvisa illuminazione mi colpì con violenza. Lei non mi stava vedendo. Parlava e scherzava, ma lo faceva pensando di essere davanti a quella rockettara estroversa e leggermente casinista che ero stata durante il primo periodo delle superiori.

Solo che negli anni io ero cambiata: ero diventata introversa, riflessiva, ossessionata dalla conoscenza.

Avrei dovuto quindi ribattere appassionatamente quanto fossi diversa da quella Sabrina che lei credeva di vedere? A che scopo? Non avrebbe capito, e soprattutto si sarebbe sentita tradita (un’altra delle “sue ragazze” che era cresciuta…)

Non aveva senso, perciò feci finta che avesse ragione, e permisi che “l’esuberante Sabrina” continuasse a vivere nei suoi ricordi.

Non ci siamo più riviste.

giovedì, 29 gennaio 2009 alle 14:54

Notte. In una macchina che procede.

 

Ero seduta accanto ad M. che, tranquillo, guidava per la strada poco trafficata.

Come entrammo nel discorso? Non so… ricordo solo che ad un tratto dissi di aver scoperto un autore che mi piaceva molto: Solzenicyn.

Appena pronunciai quel nome, M. proruppe in una serie di affermazioni marcatamente esclamate:

“Ah! Solzenicyn! Hai detto niente! Cioè: Solzenicyn! Arcipelago Gulag! Eh!”

Rimasi colpita dalla sua reazione. Conoscevo M. da tanto tempo e, sebbene avessi intravisto in casa sua alcuni libri accuratamente ordinati negli scaffali, non credevo che avesse una tale passione per la letteratura. Ed invece, improvvisamente, mi accorgevo di quanto avessi sbagliato nel mio giudizio. Il modo in cui aveva pronunciato il titolo di quel libro (che io, nella mia ignoranza, non conoscevo neppure) faceva capire quanto avesse amato e apprezzato quelle pagine, quanto significassero per lui (che, nel frattempo, continuava a decantarmi le lodi di quell’autore e di quel libro in particolare).

L’interno dell’auto risuonava della sua voce, ed era la voce di chi sa di essere nel giusto, di chi padroneggia un argomento alla perfezione: in confronto io ero una misera ragazzina che, casualmente, era incappata in questo autore così importante.

Gli confessai che non conoscevo quel libro.

“Sai, io di Solzenicyn ho letto solo Padiglione cancro e Una giornata di Ivan Denisovic – e subito, spinta dalla curiosità dell’ammirazione – Tu cosa hai letto?”

“Io?! – e la sua voce assunse un tono quasi sorpreso, come se la mia domanda fosse talmente banale da non aver neppure bisogno di una risposta – Niente!”

martedì, 20 gennaio 2009 alle 11:06

Di solito quando i videogiochi finiscono ci sono gli “acknoledgements”, un misto fra ringraziamenti e riconoscimenti vari. Ora, poiché questo ciclo di post aveva preso a modello il mondo dei videogiochi, avevo in mente di chiuderlo con una riflessione sul significato di tenere un blog ecc… Ma sono stanca. Lo ammetto: questo ciclo di post mi ha stancata terribilmente. Ho scritto post troppo complicati, ed alla fine ho ottenuto proprio quello che invece volevo evitare, ovvero la riduzione del dialogo. Non voglio che questo blog si trasformi in un monologo dove io elenco i miei collegamenti e gli altri non possono far altro che leggere senza poter apportare niente di proprio. Peccherei di protagonismo, e non ho nessuna intenzione di farlo: sono abituata a vivere nell’ombra e, sebbene qui sul blog mi esponga maggiormente, non voglio apparire come “la ragazza iper-intellettuale” che sa tutto di tutto. Quindi, niente riflessione finale. E non scriverò nemmeno uno dei miei soliti intermezzi in inglese/italiano. Questo piccolo post sarà più che sufficiente a fungere da intermezzo. Anzi: già che ci siamo, lo utilizzerò anche per introdurre i prossimi post, che non saranno un vero e proprio ciclo. Saranno dei post e basta. Saranno scollegati fra loro e l’unica cosa che li legherà sarà la “forma” in cui saranno scritti. Forse ci sarebbero altre cose da dire, ma credo di aver parlato anche troppo nei post precedenti; quindi, per una volta mi concederò il lusso di essere concisa.

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mercoledì, 07 gennaio 2009 alle 16:38

Chiunque abbia giocato a Fahrenheit sa qual è la sua peculiarità. Infatti, le animazioni che stanno fra i vari schemi non sono semplici filmati attraverso cui si dipana la trama della storia, ma rappresentano delle vere e proprie sezioni alternative di gioco. In pratica, sopra alle suddette animazioni compaiono due piccoli Simon [link]; cosicché, invece che starsene beate a godersi lo spettacolo, le persone sono costrette a concentrarsi su quella doppia sequenza di luci… il tutto mentre Lucas (il protagonista) sprofonda sempre più in una realtà sgretolata. Questo conduce il giocatore ad una sorta di straniamento percettivo, dove una parte della sua attenzione è rivolta alle sequenze da ricordare, mentre l’altra assorbe (in maniera quasi subliminale) i lunghi filmati, che penetrano nella testa senza filtro e ti trapassano da parte a parte (poiché le tue difese razionali sono impegnate a svolgere l’altro compito). Ci si ritrova perciò immersi in una specie di rêverie, dove lucidità e distacco sono presenti contemporaneamente ed in egual misura.

E’ una sensazione che possiede il fascino della dissonanza: la persona vorrebbe fermarsi a riflettere su quello che sta vedendo/vivendo… ma non può farlo perché il flusso delle azioni non rallenta.

Tutto questo mi ricorda lo scontro finale in Final Fantasy VIII.

In pratica, è uno scontro che dura più di un’ora: un’ora passata sul filo del rasoio, dove vengono lanciati incantesimi sempre più potenti. Alla fine, mentre sei allo stremo delle forze, la strega che stai combattendo inizia a parlare. Quello è il momento più allucinante di tutti. Tu sei lì, con i tuoi protagonisti (Squall, Rinoa ecc.) che, come in quasi tutti gli RPG, sono dei ragazzi di 16-17 anni. Li hai visti parlare ed agire per decine di ore di gioco e hai imparato a conoscerli: sai quali sono i loro sogni e le loro speranze.

Ma, appunto, la strega inizia a parlare. Ed intendiamoci, nel frattempo non smette di attaccare (perciò non ci si può distrarre, o tutta quell’ora di gioco dovrà essere rifatta da capo). Attacca e parla. Ed inizia a raccontare delle vostre illusioni, di come Squall e gli altri combattano con tutta la loro innocente ingenuità, ignari del fatto che quando cresceranno tutti i loro sogni verranno infranti dallo scorrere del tempo. Squall e gli altri però (e tu con loro) non possono mettersi a riflettere su quello che viene detto. Devono contrattaccare se vogliono sopravvivere. Devono agire: anzi, per essere più precisi devono “limitarsi ad agire”. Il flusso di realtà passa sotto i loro occhi, ma non c’è possibilità di elaborazione cognitiva. C’è spazio solo per una frenetica esigenza di concretezza: e così si finge di non aver sentito.

Questa scena mi appare terribilmente simile ad una che si trova in “Elianto” di Benni. Anche lì ci sono dei giovani e baldanzosi ragazzi (anzi, più che altro ragazze). Una è piena di fascino ed un’altra ha la mania della telecamera, il terzo è un dotato musicista. Ad un certo punto, per aiutare Elianto vanno in una specie di posto magico, dove incontrano Persefone (un misto fra una strega e una ricettatrice). Ella preparerà la pozione di cui hanno bisogno; solo che, oltre a ciò, rivelerà loro anche quale sorte li attende (e anche qui, come in FF VIII, i protagonisti faranno finta di non aver udito). Così, la bella ragazza finirà per diventare una prostituta tossicodipendente (che morirà come un cane su una panchina), la maniaca della telecamera diventerà famosa (ma ciò la condannerà alla solitudine ed alla noia, e non troverà niente di meglio da fare che suicidarsi), mentre il giovane musicista venderà la sua specialissima chitarra per aprire un negozio di dischi (e diventerà talmente avido e gretto da arrivare a sparare e ad uccidere un ragazzino che voleva rubarsene uno). Eh sì, miei piccoli eroi di carta, i vostri movimenti così pieni di sicurezza diventeranno impacciati e fangosi. Lo sporco morale che deprecate finirà per infradiciare le vostre ossa. In un certo senso fate quasi tenerezza: proprio come i componenti delle varie boy-bands che affollano il panorama pop. Ragazzi poco più che adolescenti catapultati all’improvviso sotto la luce dei riflettori. Dentro di loro pensano: “Siamo grandi! Il pubblico ci ama!” Ma se hanno avuto successo è solo perché qualcun altro ha deciso che sarebbero potuti essere un buon “prodotto commerciale”. I prodotti però hanno sempre una loro “vita di scaffale”, cosicché arriverà il momento in cui diventeranno meno appetibili, e chi li ha creati potrà gettarli via con perfetta nonchalance. Ed è paradossale, perché magari nel frattempo quei ragazzi stavano maturando e avrebbero potuto iniziare a suonare qualcosa di più valido… Ma loro erano stati messi su un piedistallo solo per rendere omaggio al culto della giovinezza. Mi dispiace ragazzi… le vostre qualità vocali e musicali non importano a nessuno. Era solo la vostra età a contare, e adesso sarete sostituiti dai cloni di turno (proprio così: ciò che vi ha condotto al successo portava già in grembo il germe della vostra caduta). La ciclicità del rito non può essere interrotta, sapete? D’altronde, non avviene sempre così? Dai pulpiti si innalzano lodi sulla gioventù, dicendo che essa è il futuro dell’umanità, ma coloro che parlano in tal modo sono stati anch’essi giovani, ed anche a loro era stato detto lo stesso. Cosicché non dovrebbe stupire poi molto se coloro che oggi appaiono come adolescenti sensibili e delicati diventeranno, in un domani, spietati perpetuatori di quello stesso sistema che adesso dicono di aborrire. E’ tutto così ovvio e banale! Basta legare un dato impulso psicologico (voglia di cambiare il mondo, desiderio di ribellione, ecc.) ad un’età specifica e non alle “persone vere e proprie” che hanno quell’età. Perché tali persone cresceranno e, per il semplice fatto di non possedere più una data età biologica, saranno spinte come bravi buoi remissivi verso l’adozione della forma mentis dominante. E non solo rinnegheranno le loro idee precedenti, ma arriveranno anche al punto di ridicolizzare e criticare aprioristicamente coloro che (in quanto più giovani) continuano (per il momento) a crederci. Tradiranno i loro sogni, e troveranno in ciò un piacere amaro.

Sarà, allo stesso tempo, una tragedia e una farsa; e ben presto non sarà più possibile capire dove finisce l’una e dove comincia l’altra.

mercoledì, 03 dicembre 2008 alle 12:29

Geometria! Ma certo, mia piccola Sabrina… quale altra patetica chiave di lettura avresti potuto trovare se non questa? E adesso magari vorresti anche difenderti, facendo notare come i concetti di linea e di spazio risultino fondamentali sia in pittura che in architettura, ma cerca di non essere troppo ridicola… questo è un blog, mica un trattato di storia dell’arte! E poi come vorresti usare questo concetto di linea e di spazio? Ah già: parlavi del modo in cui le persone intendono la propria evoluzione. Tu sei sempre rimasta perplessa quando le vedi agire, vero? Perché molte di loro dicono: “ecco che io sono nel punto A e devo giungere al punto B, cosicché traccerò una linea per arrivarvi, lasciando fuori tutto ciò che non rientra in quel tragitto”. Ma le linee sono funi sottili, e più si è deciso di restringere il campo circostante più esse diventano filiformi, tanto da arrivare a somigliare a quelle su cui cammina Max Payne (nello schema in cui sogna di tornare nella casa in cui è stata sterminata la sua famiglia: le mura si distorcono e alla fine c’è solo questa linea rossa su un abisso nero e vuoto). Percorrere linee comporta il sacrificio dell’esterno. Ma le persone dicono: linea! E vogliono che essa si materializzi sotto i loro occhi senza indugio. Ma da dove è venuta questa linea, quanto è costata? Le persone vogliono la linea ma implorano dentro di sé di non vedere di cosa è fatta, perché la consapevolezza sarebbe insostenibile. Come Griffith, che alla fine del cartone animato “Berserk” ha la visione della strada che porta al castello (il sogno di una vita finalmente si realizza!) solo che poi si accorge che essa è fatta con i cadaveri dei soldati caduti per lui. Si erano uniti volontariamente alle sue truppe, affascinati dalla sua figura; si erano impegnati per la realizzazione del suo sogno, e questo vuol dire che erano dovuti morire per lui. Non solo. Adesso che erano morti, i loro corpi diventavano lo strumento materiale per arrivare al castello (partecipando alla creazione di quella strada/linea). Calpestali Griffith: alcuni sono uomini ed altri poco più che bambini, ma calpestali! Era il tuo sogno, no? Non vedi come è vicino adesso il castello? E’ inutile provare orrore adesso, poiché ormai i giochi sono fatti e la realtà esige il suo tributo. C’è poco da fare… le linee sono esposte a una logica crudele, e per di più ciò che viene dall’esterno insidia costantemente la loro integrità (in biomeccanica si parlerebbe della nocività delle forze di taglio sulle strutture articolari). No, Sabrina, non guardare: perché le linee sono intorno a te e ti feriscono con la loro indifferenza, con il loro ineluttabile cinismo. Tu rifugiati nel tuo concetto di evoluzione, che non è una linea: disponi i concetti intorno a te, fatti proteggere da essi. Nell’RPG Diablo 2, se ricordi bene, puoi scegliere fra vari personaggi. Uno di essi è il necromante. Gli altri personaggi attaccano i nemici con le proprie armi, ma il necromante preferisce evocare cadaveri per farli combattere al suo posto, e quindi ecco: fai come lui! Sii una necromante di concetti! Evocali, attorniati di essi. Lascia che interagiscano per te, che si relazionino con il mondo al posto tuo (mentre te ne stai lì, immersa in una solipsistica quiete). E tu dici: sono nel punto A e devo arrivare al punto B. Come fai? Ti muovi su una linea? No, stai ferma e crei strati di cadaveri concettuali intorno a te, sempre di più, come una ragnatela sproporzionata e immensa, come una griglia sterminata di collegamenti che hai disposto con cura. Più aumentano i concetti e più il punto B si avvicina. Ma non sarai tu a raggiungerlo, perché non ti sarai neppure mossa. Lo avrai semplicemente inglobato, ed a quel punto ti accorgerai che non hai assorbito solo B, ma anche G, K e P (che nel frattempo erano da altre parti ma che sono caduti anch’essi dentro il tuo ragionamento senza volto e senza fine). Però devi stare attenta, Sabrina, perché rischi che gli elementi troppo distanti da te risultino avulsi dalla tua essenza, e che alla lunga la griglia si sfaldi e decada. Perciò, dai! Compi una magia in più! Trasforma la griglia in un’area omogenea ed amorfa, e fai in modo che tutti i punti di quell’area abbiano il dono dell’olografia (cosicché ognuno di tali punti contenga dentro di sé la struttura nella sua totalità). Allora la realtà non sarà più suddivisa in entità discrete, non ci sarà più soluzione di continuità tissutale: rimarrà solo un oceano di uniformità funzionale, senza tempo e senza spazio. E adesso vorresti per caso dirmi che il tuo modello è l’Uno onnicomprensivo che secondo la filosofia orientale seguì allo Zero? Ma tu, mia ingenua sognatrice, sei solo una ragazza come tante, e la tua è solo una insignificante approssimazione. Che però terrorizza gli adoratori della Linea e ti condanna a masticare silenzio.